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Il palazzotto di Vicobarone

Dai campi e dai poggi tutto intorno saliva un fresco odore di erba appena tagliata, mentre il sole della sera illuminava i sentieri e le mulattiere che si arrampicavano come edera su per le colline. Il palazzotto dei Pramiro si ergeva austero ai piedi della scalinata che portava alla chiesa del borgo, e dominava il paesaggio. Era il secondo edificio per importanza, secondo solo al castello, che se ne stava abbarbicato sulla cima più alta, appoggiato alla chiesa.

Alice, Faustino e la sua famiglia, si erano da mesi stabiliti nel piccolo villaggio sui colli piacentini, avevano preso possesso delle stalle del palazzotto. Per non destare sospetti si erano presentati ai diffidenti abitanti del piccolo paese come i nuovi custodi, incaricati di rimettere in ordine l’edificio abbandonato e i campi incolti distribuiti lì intorno.

Per gli abitanti di Vicobarone, questo il nome del piccolo borgo di confine tra oltre Po pavese e piacentino, l’arrivo di quei forestieri era stato un evento sin dal primo giorno. Ma anche alla metà di quel mese di giugno del 1940, con l’estate ormai alle porte e dopo quasi sei mesi dal loro arrivo, ogni movimento di quegli stranieri era attentamente monitorato da occhi instancabili e orecchie sempre all’erta.

Mentre il cielo si colorava di sangue, e le ultime ore di luce lasciavano lentamente il posto al buio della notte, la piazzetta del villaggio si andava animando. Le donne, dopo aver accudito le faccende di casa, scalze e vestite di cenci, con i capelli unti e arruffati, si incontravano davanti agli usci delle casupole. Alcune stendevano i panni, altre rammendavano, altre ancora spidocchiavano i figli. Tutte cicalavano delle più disparate questioni: chi del tempo, chi dei raccolti, chi sparlava di chi era assente o doveva ancora arrivare, chi diceva male di chi era appena andato via.

Gruppi di bambini chiassosi, si rincorrevano giocando nella piazza, seminudi e ricoperti di fango. Si lanciavano sassi, cacciavano lucertole, saltavano fossi. Le madri gli stavano dietro urlano improperi dall’alba al tramonto.

Alice, dopo una giornata nei campi, risaliva la strada sterrata che portava alla piazza, stanca e preoccupata, perché non aveva mai ricevuto nuove dal suo Fulgenzio, sin dal giorno che si erano salutati davanti alla casa di Faustino a Milano. Camminava affaticata dal duro lavoro, e con il cuore gonfio d’angoscia, nella speranza di poter scoprire qualche notizia, magari appena giunta al villaggio con i giornali della sera, oppure per bocca di qualche mercante che era stato in città, raccogliendo testimonianze di prima mano.

Alice aveva già saputo dello sfondamento dei tedeschi sul fronte occidentale. La capitolazione della Francia era data per certa un po’ da tutti, si trattava solo di capire quando questo sarebbe avvenuto. Un simile inatteso precipitare degli eventi le aveva dato ulteriore motivo di apprensione. Si chiedeva se Fulgenzio fosse mai arrivato a Parigi, oppure se avesse trovato scampo altrove. Si domandava con orrore cosa sarebbe accaduto se lo avessero arrestato i tedeschi. Aveva sentito raccontare cose orribili a proposito della gestapo, la polizia politica del Reich. Recitava un rosario tutte le sere, confidando nell’aiuto della Madonna e di Dio per superare quella terribile prova.

Quando arrivò sulla piazza, già cento occhi erano su di lei: le altre donne del villaggio la scrutavano, per loro era come una straniera.

Alice si era presentata come la sorella di Faustino, ma non erano poche quelle che in paese avevano avanzato il sospetto che non fosse la sua vera identità. Pettegolezzi rimasti latenti, ma mai dissipati del tutto, nonostante la giovane conducesse una vita irreprensibile totalmente dedicata al lavoro e alla fede. Partecipava a tutte le funzioni religiose del villaggio e si offriva sempre volontaria per tutte le opere di assistenza organizzate dalla parrocchia. Il suo stile di vita più simile a quello di una santa piuttosto che di una contadina, non era comunque bastato a superare la diffidenza degli abitanti del posto.

Entrò nella drogheria posta al centro della piazza, superando i tre scalini consunti dal tempo. Una megera dall’aspetto tremendo, con grosse labbra prominenti, il naso adunco e gli occhi stralunati, serviva alcune vecchie signore da dietro il bancone.

“La gente ha sempre paura” disse ad una delle sue clienti mentre Alice entrava nel negozio, “della fame, della malattia, della grandine, e adesso ci mancava pure la guerra.”

“La fame e la grandine ci portano la miseria, ma la guerra e la malattia ci portano via i figli” rispose una delle vecchie.

“I figli, i figli, di che vi lamentate Voi, che ne avete messi al mondo quindici?” disse la droghiera incartando la spesa in una busta, “credete a me, la miseria ne porta via più della guerra, perché arriva ovunque e non finisce mai. Guardate noi ad esempio, abbiamo della terra, ma non rende più nulla. Il vino che mio marito produce dalla vigna, se lo comprassimo al mercato ci costerebbe due volte di meno.”

“Dite bene, c’è la crisi, ne parlano tutti, e con la guerra va anche peggio, che ci daranno la tessera, guerra più miseria e stiamo tutti fregati” disse ancora la vecchia.

“E non è quello il peggio” si intromise un’altra signora, “la cosa più terribile sono le sciagure, che capitano tutte assieme ed una si porta dietro l’altra: la crisi porta la guerra che porta l’alluvione che porta la fame. E per noi povera gente non resta che affidarci alla Madonna, sperando che ci protegga almeno dal diavolo.”

Alice ascoltava quelle donne senza guardarle, teneva gli occhi fissi sul pavimento, un po’ per la sua indole umile, un po’ perché percepiva la diffidenza di quelle persone. I primi tempi ne aveva anche sofferto, ma in quel momento aveva altri pensieri per la testa. Voleva conoscere gli sviluppi della situazione bellica in Francia, sperava di ottenere qualche informazione che le consentisse di avere notizie sul destino di Fulgenzio.

E le novità che riuscì a scoprire scorrendo i titoli dei giornali in vendita le misero i brividi: Parigi era stata occupata. Le cadde l’occhio su di un pezzo del Popolo d’Italia, il quotidiano fondato da Mussolini. Nella colonna centrale il secondo articoletto titolava: “L’ingresso dei tedeschi a Parigi”. Alice iniziò a leggerlo con il cuore in gola. “Sulla cronaca dell’ingresso delle truppe di Hitler a Parigi si hanno finora pochi particolari. Alle 8 una colonna di carri armati e di fanteria motorizzata ha fatto il suo ingresso ufficiale a Parigi sulla quale volteggiavano vari stormì dell’Aviazione germanica. Le strade erano deserte. Tutti i negozi erano chiusi. Chiuse erano quasi tutte le finestre.

La sua lettura fu interrotta dalla voce stridula della terribile megera titolare del negozio: “Se vuoi leggere il giornale, signorina, ci vorrebbe prima che lo pagassi. Non siamo mica un ente di beneficenza noi. E nemmeno il dopolavoro del fascio. Se vuoi il giornale, mi dai 40 centesimi.”

Alice arrossì per la vergogna, era venuta apposta per comperare un giornale, stava solo guardando per scegliere quale prendere. Il Corriere della Sera era già andato esaurito quel giorno, così, senza dire una parola, tirò fuori di tasca il denaro e pagò. Si mise il giornale sotto braccio e uscì frettolosamente dalla drogheria, mentre le vecchie iniziavano già a riempire l’aria con odiosi commenti, senza nascondere la soddisfazione di aver finalmente colto in fallo la contadinella di pianura.

Lei tornava a passo svelto verso il palazzotto, i rurali rientravano nel borgo provenendo dalla campagna circostante. Si vedevano arrivare stanchi e cenciosi, affamati e piegati in avanti, avvezzi a quella postura per l’abitudine di lavorar la terra, assuefatti ad una vita di soggezione e servitù.

Alice notò che la gran parte si andava ammassando davanti alla locanda del paese, dinanzi alla scalinata che portava alla chiesa. Pian piano, uno ad uno, scomparivano dentro la stamberga. Pensando che vi si tenesse un qualche gran avvenimento, anche Alice si mise in fila per entrare.

“Presto, fate in fretta” diceva un giovane con al petto le insegne del partito fascista, “il podestà ha da fare delle comunicazioni alla cittadinanza, avanti, affrettatevi, prendete posto.”

“Ma io ho fame, ho lavorato tutto il giorno” protestò un rurale con la faccia color del cuoio, pochi capelli già colorati di grigio, la schiena gobba e le mani rovinate dalla fatica.

“Mangerete più tardi, dopo il discorso del podestà” disse il giovane con le insegne fasciste in tono sbrigativo, dando per scontato che il contadino gli avrebbe ubbidito. Il contadino eseguì il comando, e si mise in fila borbottando volgarità irriferibili.

Quando Alice entrò nella locanda si andò ad accovacciare in un angolo, sperando di passare inosservata. Nella trattoria erano adunati una cinquantina di straccioni, ammassati uno vicino all’altro, con gli occhi sottomessi e rassegnati. Le facce erano contorte, deformate dalla fame e dalle malattie. Una puzza intensa di letame e panni sporchi si sprigionava dal gruppo, inquinando l’aria.

Il podestà stava in piedi in fondo alla locanda, indossava la divisa della milizia e teneva le mani ai fianchi gonfiando il petto. Era un uomo di mezza età con i capelli tagliati corti. Sul volto un’espressione fiera non bastava a celare l’aria stupida. Occhi vuoti e senz’anima galleggiavano su di una faccia di cera.

“Cittadini, Camice nere, Uomini e donne del borgo e della valle.. ascoltate..” cominciò il suo comizio con aria enfatica, “un altro giorno di importanza storica mondiale volge al termine, mentre le eroiche truppe dell’asse avanzano vittoriose su tutti i fronti…”

La gente ascoltava senza interesse, le vittorie conseguite dal regime avevano raramente portato concreti benefici ai lavoratori di quelle valli, ed essi si erano assuefatti al proselitismo dei funzionari di partito, che iniziavano ormai a perdere di mordente, incapaci di dare risposte concrete ai loro veri problemi.

Anche Alice, ascoltando la bolsa retorica del podestà, rimase indifferente. Per la testa le passarono come al cinematografo le immagini della propaganda: le battaglie del grano e di “quota 90”, la creazione dell’Impero, la guerra di Spagna e l’annessione dell’Albania. Tutti i successi del fascismo le sembrarono indigesti, il prezzo da pagare troppo alto, ora che la sua stessa libertà era in gioco, adesso che aveva sul collo il fiato della polizia segreta, uno dei più efficaci strumenti per la ricerca e la repressione dei dissidenti politici. Inoltre era stata costretta a separarsi dall’amato Fulgenzio, e questo era per lei il sacrificio più grande e più difficile da accettare.

“La rivoluzione rurale ha conseguito i suoi obiettivi su tutta la linea” continuò con enfasi esagerata il podestà, “permettendo all’Italia del Littorio il progresso materiale e spirituale, salvando il paese dal pericolo comunista…”

A quelle nuove parole il volto di Alice si irrigidì. La sua mente semplice ed ingenua non riusciva ad immaginare Fulgenzio e gli altri compagni del partito clandestino come un pericolo. Ai suoi occhi erano tutte brave persone, forse con idee bizzarre, ma in fin dei conti incapaci di far del male a una mosca. Davvero non riusciva a spiegarsi per quale ragione il Governo si accanisse tanto contro di loro.

“I comunisti sono subdoli fuorilegge” disse in quel momento il podestà roteando il pugno chiuso con aria bellicosa, “si riuniscono di notte, nelle fogne delle città, per tramare contro lo Stato, sputando sulla croce e vendendo l’anima al demonio pur di raggiungere i loro fini criminali.”

Udendo quelle spaventose rivelazioni, Alice ebbe paura. Non aveva mai partecipato alle riunioni segrete del partito, ma conosceva le idee anticlericali e atee di Fulgenzio. Il sospetto che i comunisti potessero veramente sputare sulla croce o vendere l’anima al diavolo si impadronì dei suoi pensieri dandole i brividi. Aveva tanto pregato per il suo amato, affinché egli ritrovasse la fede. Ora cominciava a temere che le sventure da cui erano stati colpiti, fossero correlate con questi riti satanici. Forse lui aveva veramente venduto l’anima, ed era per questo che si era allontanato da lei, considerò per un momento. Poi cercò di allontanare quel brutto pensiero dalla mente, e continuò ad ascoltare il discorso del podestà sino alla fine.

Quando la gente cominciò a rialzarsi dal pavimento per tornare alle proprie abitazioni, anche Alice si avviò mestamente verso il palazzotto. Il podestà fu subito attorniano dai notabili locali del partito: i volti di questi uomini erano euforici, il crollo della Francia aveva alimentato in loro effimere speranze ed esagerate aspettative. Avevano cercato di trasmettere queste emozioni ai rurali forzatamente convocati ad ascoltare il comizio del podestà, ma in questo non avevano ottenuto grande riscontro. Tutto ciò avrebbe dovuto indurli a riflettere, ma non quella sera. La voglia di festeggiare era troppo grande, il desiderio di esorcizzare il demone di una guerra, che poteva ancora essere lunga e dolorosa, troppo intenso.

Il podestà ordinò da bere per tutti e rimase alla locanda fino a tardi, a parlamentare con i suoi seguaci circa i destini dell’Italia nel mondo di domani. Verso la mezzanotte le loro voci si erano fatte stridule, erano stonate, avvinazzate, rallentate sino a perdere il fiato, e accompagnate dai gesti grotteschi caratteristici della gente ubriaca.

Alice era da tempo tornata alle stalle dove aveva preso dimora insieme a Faustino e la sua famiglia. Le quattro mura dove abitavano avevano l’aspetto di un porcile. Per entrarvi bisognava piegarsi, le finestre erano piccole e la poca luce che lasciavano filtrare durante il giorno era del tutto assente la notte. Al lume di due grosse candele, a fatica si potevano scorgere i pagliericci sui quali dormivano gli sventurati. Una puzza tremenda saturava l’ambiente malsano. Una capra ruminava in un angolo un po’ di paglia sudicia. Un tavolaccio unto, alcune sedie spagliate ed una panchetta di legno appoggiata al camino costituivano il restante mobilio, povero ed essenziale.

I figli di Faustino giacevano addormentanti sul pagliericcio. Erano tre: due maschi e una femminuccia. Il più grande non aveva ancora compiuto i dieci anni, la più piccola aveva circa venti mesi di vita. I piedi dei due bambini più grandicelli erano gonfi, pieni di cicatrici e sporchi di terra. Non possedevano scarpe e con la bella stagione riuscivano almeno a sottrarsi ai tormenti del freddo.

“Voglio tornare a Milano” disse Alice rivolgendosi a Faustino, “devo parlare con don Celestino, credo possa aiutarmi a trovare Fulgenzio.”

In cielo brillava uno specchio di luna, i grilli cantavano pieni di energia nella notte stellata. Faustino guardò Alice allibito e le labbra gli si piegarono in una smorfia.

“Se torni a Milano ti arresteranno, non posso permettere che tu corra questo rischio, ho promesso a Fulgenzio di proteggerti” disse con voce agitata, mentre prendeva un fazzoletto con la lentezza dei vecchi, per asciugarsi la fronte imperlata dal caldo.

“Devo andare” rispose Alice. I suoi occhi erano rossi e tormentati. “Non posso restare qui a nascondermi, non abbiamo più avuto alcuna notizia, e mi sembra di impazzire. Non mi importa di correre dei rischi. Devo riuscire a scoprire dove si trova.”

“Come pensi che don Celestino possa aiutarti? E’ solo un povero prete, cosa vuoi che ne sappia dei rifugiati politici in Francia?”

“Le vie del Signore sono infinite, sono certa che in qualche modo mi aiuterà.”

Faustino non replicò e anche lei rimase in silenzio. Certi silenzi possono essere piacevoli, a volte, ma quello sembrava di morte.

“Conviene aspettare che sia finita la guerra” disse Fulvia, la moglie di Faustino, rompendo la quiete.

“Non sembra che manchi molto ormai. Quando tutto sarà finito sarà più facile” aggiunse sorridendo.

Fulvia aveva un bel sorriso, le sue labbra erano rosse e piene, e rendevano piacevole un volto già indurito da una vita di stenti e miseria, nonostante non avesse ancora trent’anni. Indossava abiti umili, una camicetta un tempo bianca, ma ormai divenuta grigia e lisa, con le falde che cadevano su di una sbiadita gonna consunta dal tempo.

“Non posso più aspettare” commentò Alice, “non avrei dovuto lasciarlo partire da solo. Ma posso ancora rimediare, scoprire dove si trova e cercare di raggiungerlo.”

“Tutto questo non ha senso” protestò Faustino, “il nostro compito è di rimanere qui, in attesa della rivoluzione.”

“E cosa ci sarà di diverso da adesso con la rivoluzione?” chiese Alice dubbiosa.

“Ci sarà l’abolizione della proprietà privata della terra.”

“E chi dovrebbe farla la rivoluzione? Tu? Fulgenzio? Oppure gli altri vostri compagni che sono stati tutti arrestati o sono fuggiti all’estero o al massimo si nascondono come noi, come fossimo dei delinquenti?”

“La rivoluzione la faremo noi poveri” disse Faustino con voce grave. Indossava vestiti logori e trasandati che gli davano un aspetto melanconico, ma la sua passione era sincera, la sua speranza in una emancipazione delle classi popolari genuina.

“Per i poveri ci sono i sussidi e le mense statali, a cosa servirebbe abolire la proprietà privata della terra? I contadini continuerebbero a fare i contadini, come ora. Cosa cambierebbe?” domandò Alice, poco convinta dalle argomentazioni di Faustino.

“Con la rivoluzione e l’abolizione della proprietà privata sarà possibile salvare il popolo dall’ingordigia della proprietà. E’ li che si nasconde il demonio.”

“L’unica salvezza dal demonio è nella fede e nella chiesa. Come possiamo fidarci della rivoluzione, se con la proprietà vuole abolire anche la religione?”

“Con la rivoluzione e la redenzione del popolo, non ci sarà più necessità della religione. Lo Stato provvederà ad ogni bisogno” sentenziò Faustino.

“Lo Stato? Non è forse quanto già avviene oggi? Non è forse nel nome dello Stato che si va in guerra? Che si arrestano i dissidenti? Che si perseguitano gli oppositori?” esclamò Alice con tono accorato.

“Io credo che la Vostra rivoluzione non porterà a nulla di buono” continuò lei, perlustrando la faccia di Faustino con fare cortese, ma deciso.

”Modificheranno le parole, si professeranno idee diverse forse, ma alla fine non cambierà nulla. Si affermerà una nuova dittatura che si servirà di ogni mezzo, compreso il terrore, per distruggere ogni dissidenza e impedire la libertà di pensiero. Come avviene in Russia. Vogliono distruggere la chiesa e perseguitare le religioni perché hanno paura di chi vuol continuare a pensare con la propria testa.”

Faustino abbassò il capo, la sua faccia aveva assunto il colore del mogano lucidato, i suoi occhi piccoli si chiusero e le labbra si serrarono in una smorfia di disappunto. Uno smorto refolo di aria calda e umida penetrò nel tugurio attraverso la porta aperta, e il frinire dei grilli si fece assordante per alcuni secondi.

“Come puoi giudicare l’avvenire?” domandò infine riaprendo gli occhi e guardando Alice con rassegnazione, come se già sapesse che non avrebbe ottenuto una risposta soddisfacente.

“Io non giudico, mi limito a constatare. Il paradiso in terra che andate predicando, il Socialismo Sovietico, non è diverso dalle altre dittature. La Germania ha aggredito la Polonia, ma la Russia sovietica non ha fatto la stessa cosa? La Germania ha invaso la Norvegia, la Danimarca e l’Olanda, così come Stalin ha attaccato la Finlandia. Se i dissidenti politici sono perseguitati in Italia come in Germania, lo stesso avviene in Unione Sovietica. Tutto ciò per cui dite di combattere è marciò almeno quanto i regimi che vi proponete di rovesciare. Io comunque non vi giudico e non mi interessa cosa pensate o volete fare. A me interessa solo ritrovare Fulgenzio, sposarlo e mettere al modo dei figli, come ogni buon cristiano dovrebbe fare. Non ho altre pretese dalla vita, e voglio fare tutto quanto mi è possibile per realizzare le mie modeste ambizioni.”

Alice disse tutto d’un fiato. Più volte in passato aveva provato il desiderio di condividere quei pensieri con Fulgenzio, ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Lui le avrebbe liquidate come idee reazionarie e avrebbero finito con il litigare. Di cosa avrebbe detto o pensato Faustino invece non le importava quasi nulla, e così aveva trovato la forza di vuotare il sacco.

“Non puoi cercare di fermarla” si intromise Fulvia nella conversazione. Sino a quel momento era rimasta ad ascoltare senza dire nulla. A quel punto valutò opportuno dare il proprio sostegno e un po’ di solidarietà femminile ad Alice: “Deve seguire il suo destino, non abbiamo alcun diritto di impedirglielo.”

“Se la catturano anche noi saremo in pericolo, ci arresteranno tutti, dobbiamo considerare anche questo aspetto” osservò Faustino con malcelato fastidio.

Alice arrossì. Non aveva ponderato le conseguenze che il suo comportamento poteva avere sugli altri. Era determinata a ritrovare Fulgenzio, ma non voleva certo esporre Faustino e la sua famiglia ad ulteriori pericoli.

“Cerchiamo di essere ragionevoli” disse ancora Fulvia, “la polizia ha cose più urgenti di cui occuparsi. Milano è una grande città e nessuno si accorgerà dell’arrivo di Alice, né della sua partenza. Vuole solo parlare con don Celestino, per quale ragione al mondo dovrebbe essere arrestata? Per quanto ne sappiamo le autorità non hanno nemmeno una sua fotografia, non sappiamo nemmeno se è veramente ricercata.”

Faustino sembrava ancora titubante, ma non osò contraddire la moglie. Si limitò ad annuire, e poi rivolgendosi ad Alice concluse: “Sta bene, se però non sarai di ritorno entro due giorni, abbandoneremo questo villaggio e ci sposteremo altrove, anche se non so ancora dove. Ma su.. via.. ha ragione Fulvia, andrai solo a parlare con un prete, perché mai dovrebbero arrestarti?”

Alice si sentì un poco sollevata, ora che entrambi si erano convinti a lasciarla partire. Preparò le poche cose che avrebbe portato in viaggio l’indomani e si coricò sul lurido pagliericcio, tra la capretta e i bambini.

Faticava però a prendere sonno, si sentiva come se anche il suo cuore fosse avvolto dal buio, e il silenzio le trasmetteva una specie di dolore sordo che avrebbe certamente impedito l’accesso ai sogni. Così pensò a lungo alla guerra, all’amore e alla morte, e solo a notte fonda riuscì ad addormentarsi.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Pubblicato per gentile concessione di racconti-brevi.com

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Il segreto di Nibbiano Val Tidone

 

 La dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, annunciata in diretta radiofonica alle ore 18:00 di quel 10 giugno 1940, fu accolta dal popolo italiano con partecipata emozione.

Nel trambusto di quelle ore concitate, nessuno aveva fatto caso all’arrivo di quel forestiero ben vestito, dall’aria distinta, alto e biondo con due grandi occhi azzurri color ghiaccio. Senza essere notato aveva parcheggiato la sua Mercedes poco lontano dalle prime case di Trevozzo e aveva poi raggiunto la sua meta a piedi, qualche minuto prima dell’orario in cui abitualmente Gigi Spaccalegna rincasava.

Il vecchio edificio dall’intonaco grigio consunto dal tempo, sovrastava un piccolo giardinetto ornato da fiori colorati e rose rosse. A prima vista la facciata austera e tetra assomigliava ad un volto severo, reso ancor più sinistro dalle fioche luci delle lampade a petrolio che fuoriuscivano dalle persiane accostate del piano superiore, come fossero occhi illuminati da lampi spettrali. Ma il visitatore non prestò alcuna attenzione alla bizzarra architettura, concentrato sui suoi obiettivi attraversò il giardinetto e bussò alla porta.

Poco dopo la signora Lina, la moglie del Gigi, venne ad aprire. Lo stupore si dipinse sul volto dell’anziana donna, sorpresa di trovarsi di fronte un giovane di così bel aspetto e dal portamento così fiero e altero.

“Buona sera” esordì l’uomo tradendo un evidente accento straniero, “sto cercando il signor Spaccalegna” continuò svelando ulteriormente le proprie origini teutoniche. Il tono della voce e l’espressione del viso erano freddi, gelidi.

“Mio marito non è ancora tornato, posso sapere chi siete e da dove venite?” domandò la signora Lina, senza preoccuparsi di nascondere la propria curiosità. Vestiva abiti semplici che coprivano il suo corpo segnato dal tempo e dalla vita. Il volto era indurito dalle delusioni di un esistenza amara, consumata lentamente dal lavoro nei campi.

“Se mi fate entrare sarò ben lieto di attendere in casa che Vostro marito ritorni” replicò seccato il giovane, senza badare alle domande della donna.

“Io non faccio entrare sconosciuti. Ditemi: Voi chi siete?” protestò lei, appoggiandosi le mani ai fianchi per darsi un tono più autorevole, e gonfiando il petto di per sé già assai abbondante.

L’uomo si volse come per assicurarsi che nessuno lo avesse visto, poi tornando a guardare la donna e sforzandosi di sorridere si presentò dando delle false generalità. Mentendo ancora disse: “Vengo da Monaco, ora posso entrare?”

La signora Lina era ancora titubante, ma dopo alcuni attimi di esitazione infine acconsentì, inconfessabilmente attratta dall’avvenenza del giovane.

“Prego accomodatevi, potete attendere il ritorno di Gigi qui in soggiorno. Arriverà a minuti, torna sempre per l’ora di cena.”

L’uomo si sedette su una delle scomode sedie di legno massello che costituivano lo spartano e povero arredamento della casa, senza ringraziare e senza proferire altra parola. La Lina cercò ancora di interrogarlo: “Un giovane tedesco della vostra età non dovrebbe essere in guerra? Cosa vi porta dalla lontana Monaco sino a Trevozzo? Cosa volete da mio marito?”

Lo straniero la fulminò col suo sguardo di ghiaccio, penetrante e spaventoso, così inquietante che la Lina si pentì della propria indiscrezione ed ebbe paura. Quell’uomo esercitava su di lei un fascino magnetico ma anche terribile. Aveva risvegliato nella donna sensazioni da lungo tempo sopite, mandandola in confusione, incerta tra contrastanti sentimenti che non era in grado di comprendere e tanto meno di fronteggiare con lucidità, combattuta tra attrazione, paura e curiosità.

“Sono in licenza signora, e sono qui per ragioni di studio” disse glaciale il giovane stemperando con quelle fredde parole la tensione che si era creata. La Lina però non sapeva come comportarsi e rimase a fissarlo senza muoversi e senza parlare. Anche il forestiero continuò a tenere lo sguardo sull’anziana donna, come se ne volesse controllare i movimenti.

Lei si sentiva osservata e iniziò a insospettirsi, domandandosi se quell’uomo le avesse mentito. E se fosse stato un bandito? Oppure un assassino? Studiando meglio l’abbigliamento di quel tizio misterioso si rassicurò. Gli assassini non indossavano abiti eleganti, non portavano i gemelli d’oro ai polsi della camicia, non avevano scarpe costose, si disse mentalmente. Si fece allora coraggio e tornò ad investigare.

“Cosa siete venuto a studiare in questo remoto borgo, se posso chiedere signore?”

Il giovane nulla fece per nascondere quanto fastidio quelle domande gli provocassero, l’espressione contrariata del suo volto svelava in quel frangente i suoi pensieri come fosse stato un libro aperto.

“Studio opere d’arte” replicò annoiato “e Voi di cos’altro vi occupate oltre a fare domande?”

La Lina si adombrò un istante chiedendosi cosa fosse più opportuno rispondere.

“Sono la moglie del Gigi” disse infine con orgoglio, per poi tacere nuovamente risentita, avendo notato un sorriso di scherno dipingersi sul volto del forestiero.

In quel momento si aprì la porta e Gigi Spaccalegna entrò nella stanza. Egli non fu meno sorpreso di sua moglie alla vista di quell’uomo sconosciuto.

“Come posso aiutarvi?” disse subito dopo le presentazioni con tono sbrigativo, nel timore che la cena si freddasse.

“Desidero visitare il santuario di Santa Maria del Monte di Nibbiano” replicò asettico lo straniero.

“Sarò lieto di mostrarvelo domani mattina, avete preso alloggio presso la locanda?”

“No, nella notte devo rientrare a Milano, vorrei vedere la chiesa ora, cortesemente.”

“E’ solo una piccola chiesa di provincia, cosa Vi aspettate di trovare di tanto significativo da non poter aspettare domani?”

“Degli affreschi molto belli che ho avuto incarico di studiare per conto della Ahnenerbe.”

“Bene, ragione in più per aspettare. Così avrete modo di apprezzarli alla luce del giorno. Inoltre devo avvisarvi che in buona parte sono stati danneggiati nel corso dei secoli a seguito di approssimativi restauri” disse Gigi Spaccalegna con una decisione che non ammetteva repliche.

Lo straniero si irritò, non si aspettava tante storie da un semplice campagnolo. Sapeva di avere poco tempo, ma ancora di più sapeva di dover mantenere la segretezza sulla propria missione. Avrebbe desiderato aggredire quel piccolo omuncolo grassottello. Considerò però più vantaggioso cercare di ottenerne la collaborazione, sia per accorciare i tempi  della ricerca, sia per evitare le complicazioni che prendere la situazione di petto gli avrebbe procurato.

“La mia associazione culturale sarà lieta di contribuire alle opere di bene patrocinate dalla Vostra comunità con una generosa offerta. Sono certo che in cambio di questi aiuti sarete tanto gentile dal volermi condurre alla chiesa oggi stesso” disse l’uomo estraendo dalle tasche due mazzette di banconote.

Gigi osservò il denaro ostentando indifferenza.

“Ogni regalo profuso dalla provvidenza è certamente ben accetto, ma per visitare la chiesa dovrete comunque aspettare il giorno nuovo. Questa sera ho altri e più pressanti impegni che non posso procrastinare” rispose il contadino opponendo un nuovo inaspettato rifiuto alle richieste del forestiero.

“Ora che anche l’Italia è in guerra, sono sottoposto a nuove pressioni. I miei superiori esigono che completi la mia ricerca con anticipo. Per questo necessito di vedere la chiesa questa sera stessa. Sono sicuro, in nome dell’amicizia che lega i nostri due Paesi, che saprete comprendere la mia situazione portandomi subito alla chiesa.”

All’ennesima insistenza dello straniero Gigi iniziò a spazientirsi, replicando piccato.

“Personalmente non nutro alcuna amicizia verso il Vostro Paese. Tanto meno sono interessato a questa assurda guerra che condanno con risolutezza. Vi mostrerò la chiesa domani. Adesso Vi prego cortesemente di lasciare questa casa.”

“Portatemi al santuario, non costringetemi ad usare la forza” disse allora l’uomo venuto dal nord, avvicinando alla faccia del povero contadino un lungo e luccicante coltello dal manico prezioso, rivestito in polimero nero e ornato con due decorazioni metalliche a rilievo, raffiguranti le rune delle SS e l’aquila nazionale.

Gigi Spaccalegna divenne bianco come le tende appese alla finestra della cucina. Guardò fisso negli occhi di ghiaccio dello straniero, e capì di trovarsi di fronte ad un ufficiale della famigerata organizzazione paramilitare nazista. Comprese di essere in grave pericolo e ripeté disperato: “Ormai è quasi notte e la strada per il santuario è interrotta da una frana, a piedi ci vorranno ore, non so proprio come aiutarvi.”

L’uomo pensò che il contadino stesse mentendo, lo spinse contro la parete con violenza, gli afferrò il polso premendogli la mano al muro, e dopo averne trapassato il palmo con il coltello lo minacciò ancora: “Non vi farò questa domanda una terza volta, portatemi al santuario! Io so chi siete, conosco il Vostro segreto. Voi siete il Gran Maestro della setta esoterica dei Custodes Necromantie e voglio avere ciò che custodite nascosto dentro la chiesa!”

Il volto del Gran Maestro si contrasse in una smorfia di dolore orrenda, un grido senza speranza gli uscì dalla gola mentre la lama gli attraversava le carni: “Non posso! Abbiate pietà!”

Il Gran Maestro cercò di divincolarsi da quella presa micidiale. Avrebbe voluto urlare ancora e chiedere aiuto, ma la mano dello straniero copriva già la sua bocca. Pensieri di morte gli offuscarono la mente. Quel maledetto tedesco conosceva la sua identità segreta. Ma come era possibile? Chi poteva aver tradito? E ancora, come aveva fatto a scoprire dove era stato nascosto il Necronomicon? Pensò che a queste domande non avrebbe mai avuto risposta se non fosse riuscito a fuggire e chiedere aiuto. Sospinto dalla disperazione e dalla paura, diede fondo a tutte le sue forze colpendo il suo aggressore al volto con la mano ancora sana, lo spinse indietro e dopo essersi liberato fuggì verso la porta d’uscita.

Il Gran Maestro correva veloce stringendosi la mano trafitta e sanguinante, ma il tedesco gli stava dietro. Raggiunta la porta tentò di aprirla, ma nella foga del momento la maniglia si spezzò. Il Gran Maestro di Trevozzo fu preso dal panico, si sentì perduto, l’uomo con il coltello era già alle sue spalle. Si girò di scatto cercando ancora di colpire il suo nemico, nella speranza di poter usare la maniglia rotta come un arma. Il fendente questa volta andò a vuoto, lo stranierò lo evitò scansandosi. Gigi Spaccalegna stava per urlare di nuovo, ma la voce gli rimase soffocata nella gola. Il tedesco con un rapido gesto gli spaccò il cuore pugnalandolo al petto. Ebbe solo il tempo per un ultimo pensiero di conforto prima della fine. Il malvagio forestiero sapeva del Necronomicon, ma lo stava cercando nella chiesa sbagliata. Almeno per quella notte ancora, il nascondiglio non sarebbe stato violato. Un attimo dopo il suo corpo senza vita si afflosciò in una pozza di sangue.

La signora Lina aveva assistito a tutta la scena immobile come una statua e muta come un pesce. Non era riuscita né a fuggire né a gridare, il terrore l’aveva immobilizzata.

Il tedesco non ebbe pietà, con un salto le fu sopra, e con la lama affilata squarciò la sua gola rugosa.

L’ultima sensazione della donna fu il calore del proprio sangue che le colava sul petto, poi fu la morte.

Il Sturmbannführer delle SS  si rialzò e ripulì la lama. Si guardò attorno bestemmiando. Un sospetto inquietante si fece strada serpeggiando nella sua mente. E se le informazioni di cui disponeva fossero state fallaci? Comprese che aver ucciso così in fretta Gigi Spaccalegna era stato un errore. Certo, immaginò, farlo confessare non sarebbe stato semplice, ma ora che era morto sarebbe stato semplicemente impossibile. Poi si ricordò di quanto aveva pagato quelle informazioni e pensò alla reputazione di cui godeva la persona che gliele aveva vendute. Si rassicurò, il Necronomicon doveva per forza essere celato all’interno del santuario. Doveva solo andare a prenderlo.

Decise allora di mettersi al lavoro, aveva ancora poco tempo e molto da fare, prima dell’alba del nuovo giorno.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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maggio 25, 2013 · 9:09 pm