Archivi del mese: giugno 2013

STEPHANIE TRICK TRIO Castello Scotti, Ziano Piacentino

Val Tidone Festival 2013 – Etnica/Jazz

Ziano Piacentino, fraz. Montalbo – Castello Scotti

(Salone Parrocchiale di Vicobarone in caso di maltempo)

Mercoledì 3 luglio, ore 21.15

STEPHANIE TRICK TRIO (U.S.A., Italia)

Con la partecipazione di MARCO & SONIA (ballerini di swing acrobatico)

Mercoledì 3 luglio il suggestivo Castello Scotti di Montalbo di Ziano Piacentino, gentilmente messo a disposizione dalla proprietà, aprirà per la prima volta le sue porte al Val Tidone Festival. Protagonisti del concerto, la pianista stride americana Stephanie Trick con il suo trio e la coppia di ballerini di swing acrobatico Marco & Sonia.

Lo spettacolo, che in caso di maltempo si terrà presso il Salone Municipale di Ziano Piacentino, è promosso dall’Amministrazione Comunale di Ziano Piacentino che, assieme ai Comuni di Pianello Val Tidone, Sarmato, Agazzano, Borgonovo Val Tidone, Calendasco, Castel San Giovanni, Gragnano Trebbiense, Nibbiano, Pecorara e Rottofreno, alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, a Provincia di Piacenza, Associazione Eventi Musicali della Val Tidone e Fondazione Libertà ha recentemente dato vita alla Fondazione Val Tidone Musica.

L’evento, organizzato con l’Associazione Culturale Tetracordo sotto la direzione artistica di Livio Bollani, è patrocinato dalla Regione Emilia Romagna e dalla Camera di Commercio di Piacenza.

Il Val Tidone Festival rientra anche nel progetto “Musica 412”, rete di festival musicali itineranti lungo la ex-Strada Statale 412 della Val Tidone allestita dalla Fondazione Val Tidone Musica e dall’Associazione Culturale Tetracordo. Il progetto è partito nel 2010 dalle due province maggiormente “interessate” dalla Strada, Pavia e Piacenza: le due rassegne costituenti il cartellone dell’edizione di quest’anno di “Musica 412” sono il Val Tidone Festival e un festival estivo dalle connotazioni similari che l’Associazione Culturale Tetracordo ha deciso di sviluppare in provincia di Pavia, “Up-to-Penice”.

Serata a tutto ritmo con il trio della pianista americana Stephanie Trick e la coppia di ballerini di swing acrobatico “Marco & Sonia”.

Lo stride piano, noto anche come “Harlem stride piano” o semplicemente “stride”, è uno stile pianistico usato nel jazz. Fu una caratteristica principale della musica suonata ad Harlem negli anni venti.

La tecnica stride, nata dalla mescolanza del blues di New Orleans con il ragtime, venne apprezzata da giovani musicisti come Fats Waller e Duke Ellington, in seguito diventati grandi jazzisti. Il modo di suonare il piano era caratterizzato dall’uso della mano sinistra in salti repentini tra il basso e gli accordi al centro della tastiera, mentre la mano destra era destinata a fraseggi melodici o a parti armoniche.

Nata a St. Louis, nel Missouri, Stephanie Trick è conosciuta ed apprezzata a livello internazionale per il suo pianismo fresco e dinamico, in cui convergono e vengono rivisitati in chiave contemporanea stride, ragtime e jazz.

Stephanie ha suonato nei principali festival di jazz tradizionale statunitensi, dal “Great Connecticut Traditional Jazz Festival” al “Cincy Blues Festival” di Cincinnati, oltre che in diversi paesi europei, e inciso per prestigiose etichette, tra cui la Victoria Records.

Tra le collaborazioni, si segnalano quelle con alcuni tra i massimi esponenti del genere, dal francese Louis Mazetier a Rossano Sportiello e Paolo Alderighi (Italia); dai tedeschi Bernd Lhotzky e Chris Hopkins agli americani Jon Weber, Ehud Asherie etc.

Accompagnano Stephanie: Roberto Piccolo al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

Marco Larosa e Sonia Salsedo sono una coppia di ballerini di fama internazionale, vincitori di alcuni tra i più importanti concorsi della World Rock’n’Roll Confederation e primi classificati al Campionato del mondo di Swing nel 2008. Ospiti di numerose trasmissioni sulle emittenti nazionali (“Campioni di Ballo”, “La vita in diretta”, “Buona Domenica”, “Mattino in famiglia”…), hanno recentemente registrato un video didattico occupandosi di Boogie Woogie per il programma RAI “Ballando con le Stelle”. 

Eventi Musicali Internazionali della Val Tidone 2013

Enti promotori, patrocinatori, sostenitori ed organizzatori

Il Val Tidone Festival, assieme ai Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone e al Val Tidone Summer Camp, rientra nel progetto-musica della Val Tidone, che, promosso dalla Fondazione Val Tidone Musica (Comuni di Pianello Val Tidone – capofila storico, Sarmato – sede della Fondazione, Agazzano, Borgonovo Val Tidone, Calendasco, Castel San Giovanni, Gragnano Trebbiense, Nibbiano, Pecorara, Rottofreno e Ziano Piacentino; Fondazione di Piacenza e Vigevano, Provincia di Piacenza, Associazione Eventi Musicali della Val Tidone e Fondazione Libertà), patrocinato dalla Regione Emilia Romagna e dalla Camera di Commercio di Piacenza, sostenuto da Engineering 2K, Steriltom di Squeri, Coop Eridana, Schimmel Pianos, Banca Popolare di Lodi, Caffex ed Enel (main sponsor), Ingegneria Biomedica Santa Lucia, Edizioni Musicali Berben, Azienda Agricola La Torretta, Valtrebbia Acque Minerali e Contatti Val Tidone (altri sostenitori, fornitori e sponsor tecnici), supportato comunicazionalmente da Editoriale Libertà ed organizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale Tetracordo ed e-crea sotto la direzione artistica di Livio Bollani, sarà possibile trovare per esteso sul sito internet www.valtidone-competitions.com (per informazioni telefoniche: 339.7778369).

Da citare anche la Pro-Loco, la Parrocchia, il Gruppo Alpini e le associazioni di volontariato di Pianello Val Tidone e degli altri Comuni coinvolti nel progetto, l’Avis di Gragnano Trebbiense, l’Associazione Pianello Frizzante, la Tampa Lirica di Piacenza, i proprietari delle ville e castelli in cui si svolgono i concerti del Val Tidone Festival e tutti gli altri soggetti che, a vario titolo, contribuiscono alla realizzazione dell’iniziativa.

Per informazioni: www.valtidone-competitions.com  Tel. 339.7778369

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giugno 30, 2013 · 10:42 am

Il palazzotto di Vicobarone

Dai campi e dai poggi tutto intorno saliva un fresco odore di erba appena tagliata, mentre il sole della sera illuminava i sentieri e le mulattiere che si arrampicavano come edera su per le colline. Il palazzotto dei Pramiro si ergeva austero ai piedi della scalinata che portava alla chiesa del borgo, e dominava il paesaggio. Era il secondo edificio per importanza, secondo solo al castello, che se ne stava abbarbicato sulla cima più alta, appoggiato alla chiesa.

Alice, Faustino e la sua famiglia, si erano da mesi stabiliti nel piccolo villaggio sui colli piacentini, avevano preso possesso delle stalle del palazzotto. Per non destare sospetti si erano presentati ai diffidenti abitanti del piccolo paese come i nuovi custodi, incaricati di rimettere in ordine l’edificio abbandonato e i campi incolti distribuiti lì intorno.

Per gli abitanti di Vicobarone, questo il nome del piccolo borgo di confine tra oltre Po pavese e piacentino, l’arrivo di quei forestieri era stato un evento sin dal primo giorno. Ma anche alla metà di quel mese di giugno del 1940, con l’estate ormai alle porte e dopo quasi sei mesi dal loro arrivo, ogni movimento di quegli stranieri era attentamente monitorato da occhi instancabili e orecchie sempre all’erta.

Mentre il cielo si colorava di sangue, e le ultime ore di luce lasciavano lentamente il posto al buio della notte, la piazzetta del villaggio si andava animando. Le donne, dopo aver accudito le faccende di casa, scalze e vestite di cenci, con i capelli unti e arruffati, si incontravano davanti agli usci delle casupole. Alcune stendevano i panni, altre rammendavano, altre ancora spidocchiavano i figli. Tutte cicalavano delle più disparate questioni: chi del tempo, chi dei raccolti, chi sparlava di chi era assente o doveva ancora arrivare, chi diceva male di chi era appena andato via.

Gruppi di bambini chiassosi, si rincorrevano giocando nella piazza, seminudi e ricoperti di fango. Si lanciavano sassi, cacciavano lucertole, saltavano fossi. Le madri gli stavano dietro urlano improperi dall’alba al tramonto.

Alice, dopo una giornata nei campi, risaliva la strada sterrata che portava alla piazza, stanca e preoccupata, perché non aveva mai ricevuto nuove dal suo Fulgenzio, sin dal giorno che si erano salutati davanti alla casa di Faustino a Milano. Camminava affaticata dal duro lavoro, e con il cuore gonfio d’angoscia, nella speranza di poter scoprire qualche notizia, magari appena giunta al villaggio con i giornali della sera, oppure per bocca di qualche mercante che era stato in città, raccogliendo testimonianze di prima mano.

Alice aveva già saputo dello sfondamento dei tedeschi sul fronte occidentale. La capitolazione della Francia era data per certa un po’ da tutti, si trattava solo di capire quando questo sarebbe avvenuto. Un simile inatteso precipitare degli eventi le aveva dato ulteriore motivo di apprensione. Si chiedeva se Fulgenzio fosse mai arrivato a Parigi, oppure se avesse trovato scampo altrove. Si domandava con orrore cosa sarebbe accaduto se lo avessero arrestato i tedeschi. Aveva sentito raccontare cose orribili a proposito della gestapo, la polizia politica del Reich. Recitava un rosario tutte le sere, confidando nell’aiuto della Madonna e di Dio per superare quella terribile prova.

Quando arrivò sulla piazza, già cento occhi erano su di lei: le altre donne del villaggio la scrutavano, per loro era come una straniera.

Alice si era presentata come la sorella di Faustino, ma non erano poche quelle che in paese avevano avanzato il sospetto che non fosse la sua vera identità. Pettegolezzi rimasti latenti, ma mai dissipati del tutto, nonostante la giovane conducesse una vita irreprensibile totalmente dedicata al lavoro e alla fede. Partecipava a tutte le funzioni religiose del villaggio e si offriva sempre volontaria per tutte le opere di assistenza organizzate dalla parrocchia. Il suo stile di vita più simile a quello di una santa piuttosto che di una contadina, non era comunque bastato a superare la diffidenza degli abitanti del posto.

Entrò nella drogheria posta al centro della piazza, superando i tre scalini consunti dal tempo. Una megera dall’aspetto tremendo, con grosse labbra prominenti, il naso adunco e gli occhi stralunati, serviva alcune vecchie signore da dietro il bancone.

“La gente ha sempre paura” disse ad una delle sue clienti mentre Alice entrava nel negozio, “della fame, della malattia, della grandine, e adesso ci mancava pure la guerra.”

“La fame e la grandine ci portano la miseria, ma la guerra e la malattia ci portano via i figli” rispose una delle vecchie.

“I figli, i figli, di che vi lamentate Voi, che ne avete messi al mondo quindici?” disse la droghiera incartando la spesa in una busta, “credete a me, la miseria ne porta via più della guerra, perché arriva ovunque e non finisce mai. Guardate noi ad esempio, abbiamo della terra, ma non rende più nulla. Il vino che mio marito produce dalla vigna, se lo comprassimo al mercato ci costerebbe due volte di meno.”

“Dite bene, c’è la crisi, ne parlano tutti, e con la guerra va anche peggio, che ci daranno la tessera, guerra più miseria e stiamo tutti fregati” disse ancora la vecchia.

“E non è quello il peggio” si intromise un’altra signora, “la cosa più terribile sono le sciagure, che capitano tutte assieme ed una si porta dietro l’altra: la crisi porta la guerra che porta l’alluvione che porta la fame. E per noi povera gente non resta che affidarci alla Madonna, sperando che ci protegga almeno dal diavolo.”

Alice ascoltava quelle donne senza guardarle, teneva gli occhi fissi sul pavimento, un po’ per la sua indole umile, un po’ perché percepiva la diffidenza di quelle persone. I primi tempi ne aveva anche sofferto, ma in quel momento aveva altri pensieri per la testa. Voleva conoscere gli sviluppi della situazione bellica in Francia, sperava di ottenere qualche informazione che le consentisse di avere notizie sul destino di Fulgenzio.

E le novità che riuscì a scoprire scorrendo i titoli dei giornali in vendita le misero i brividi: Parigi era stata occupata. Le cadde l’occhio su di un pezzo del Popolo d’Italia, il quotidiano fondato da Mussolini. Nella colonna centrale il secondo articoletto titolava: “L’ingresso dei tedeschi a Parigi”. Alice iniziò a leggerlo con il cuore in gola. “Sulla cronaca dell’ingresso delle truppe di Hitler a Parigi si hanno finora pochi particolari. Alle 8 una colonna di carri armati e di fanteria motorizzata ha fatto il suo ingresso ufficiale a Parigi sulla quale volteggiavano vari stormì dell’Aviazione germanica. Le strade erano deserte. Tutti i negozi erano chiusi. Chiuse erano quasi tutte le finestre.

La sua lettura fu interrotta dalla voce stridula della terribile megera titolare del negozio: “Se vuoi leggere il giornale, signorina, ci vorrebbe prima che lo pagassi. Non siamo mica un ente di beneficenza noi. E nemmeno il dopolavoro del fascio. Se vuoi il giornale, mi dai 40 centesimi.”

Alice arrossì per la vergogna, era venuta apposta per comperare un giornale, stava solo guardando per scegliere quale prendere. Il Corriere della Sera era già andato esaurito quel giorno, così, senza dire una parola, tirò fuori di tasca il denaro e pagò. Si mise il giornale sotto braccio e uscì frettolosamente dalla drogheria, mentre le vecchie iniziavano già a riempire l’aria con odiosi commenti, senza nascondere la soddisfazione di aver finalmente colto in fallo la contadinella di pianura.

Lei tornava a passo svelto verso il palazzotto, i rurali rientravano nel borgo provenendo dalla campagna circostante. Si vedevano arrivare stanchi e cenciosi, affamati e piegati in avanti, avvezzi a quella postura per l’abitudine di lavorar la terra, assuefatti ad una vita di soggezione e servitù.

Alice notò che la gran parte si andava ammassando davanti alla locanda del paese, dinanzi alla scalinata che portava alla chiesa. Pian piano, uno ad uno, scomparivano dentro la stamberga. Pensando che vi si tenesse un qualche gran avvenimento, anche Alice si mise in fila per entrare.

“Presto, fate in fretta” diceva un giovane con al petto le insegne del partito fascista, “il podestà ha da fare delle comunicazioni alla cittadinanza, avanti, affrettatevi, prendete posto.”

“Ma io ho fame, ho lavorato tutto il giorno” protestò un rurale con la faccia color del cuoio, pochi capelli già colorati di grigio, la schiena gobba e le mani rovinate dalla fatica.

“Mangerete più tardi, dopo il discorso del podestà” disse il giovane con le insegne fasciste in tono sbrigativo, dando per scontato che il contadino gli avrebbe ubbidito. Il contadino eseguì il comando, e si mise in fila borbottando volgarità irriferibili.

Quando Alice entrò nella locanda si andò ad accovacciare in un angolo, sperando di passare inosservata. Nella trattoria erano adunati una cinquantina di straccioni, ammassati uno vicino all’altro, con gli occhi sottomessi e rassegnati. Le facce erano contorte, deformate dalla fame e dalle malattie. Una puzza intensa di letame e panni sporchi si sprigionava dal gruppo, inquinando l’aria.

Il podestà stava in piedi in fondo alla locanda, indossava la divisa della milizia e teneva le mani ai fianchi gonfiando il petto. Era un uomo di mezza età con i capelli tagliati corti. Sul volto un’espressione fiera non bastava a celare l’aria stupida. Occhi vuoti e senz’anima galleggiavano su di una faccia di cera.

“Cittadini, Camice nere, Uomini e donne del borgo e della valle.. ascoltate..” cominciò il suo comizio con aria enfatica, “un altro giorno di importanza storica mondiale volge al termine, mentre le eroiche truppe dell’asse avanzano vittoriose su tutti i fronti…”

La gente ascoltava senza interesse, le vittorie conseguite dal regime avevano raramente portato concreti benefici ai lavoratori di quelle valli, ed essi si erano assuefatti al proselitismo dei funzionari di partito, che iniziavano ormai a perdere di mordente, incapaci di dare risposte concrete ai loro veri problemi.

Anche Alice, ascoltando la bolsa retorica del podestà, rimase indifferente. Per la testa le passarono come al cinematografo le immagini della propaganda: le battaglie del grano e di “quota 90”, la creazione dell’Impero, la guerra di Spagna e l’annessione dell’Albania. Tutti i successi del fascismo le sembrarono indigesti, il prezzo da pagare troppo alto, ora che la sua stessa libertà era in gioco, adesso che aveva sul collo il fiato della polizia segreta, uno dei più efficaci strumenti per la ricerca e la repressione dei dissidenti politici. Inoltre era stata costretta a separarsi dall’amato Fulgenzio, e questo era per lei il sacrificio più grande e più difficile da accettare.

“La rivoluzione rurale ha conseguito i suoi obiettivi su tutta la linea” continuò con enfasi esagerata il podestà, “permettendo all’Italia del Littorio il progresso materiale e spirituale, salvando il paese dal pericolo comunista…”

A quelle nuove parole il volto di Alice si irrigidì. La sua mente semplice ed ingenua non riusciva ad immaginare Fulgenzio e gli altri compagni del partito clandestino come un pericolo. Ai suoi occhi erano tutte brave persone, forse con idee bizzarre, ma in fin dei conti incapaci di far del male a una mosca. Davvero non riusciva a spiegarsi per quale ragione il Governo si accanisse tanto contro di loro.

“I comunisti sono subdoli fuorilegge” disse in quel momento il podestà roteando il pugno chiuso con aria bellicosa, “si riuniscono di notte, nelle fogne delle città, per tramare contro lo Stato, sputando sulla croce e vendendo l’anima al demonio pur di raggiungere i loro fini criminali.”

Udendo quelle spaventose rivelazioni, Alice ebbe paura. Non aveva mai partecipato alle riunioni segrete del partito, ma conosceva le idee anticlericali e atee di Fulgenzio. Il sospetto che i comunisti potessero veramente sputare sulla croce o vendere l’anima al diavolo si impadronì dei suoi pensieri dandole i brividi. Aveva tanto pregato per il suo amato, affinché egli ritrovasse la fede. Ora cominciava a temere che le sventure da cui erano stati colpiti, fossero correlate con questi riti satanici. Forse lui aveva veramente venduto l’anima, ed era per questo che si era allontanato da lei, considerò per un momento. Poi cercò di allontanare quel brutto pensiero dalla mente, e continuò ad ascoltare il discorso del podestà sino alla fine.

Quando la gente cominciò a rialzarsi dal pavimento per tornare alle proprie abitazioni, anche Alice si avviò mestamente verso il palazzotto. Il podestà fu subito attorniano dai notabili locali del partito: i volti di questi uomini erano euforici, il crollo della Francia aveva alimentato in loro effimere speranze ed esagerate aspettative. Avevano cercato di trasmettere queste emozioni ai rurali forzatamente convocati ad ascoltare il comizio del podestà, ma in questo non avevano ottenuto grande riscontro. Tutto ciò avrebbe dovuto indurli a riflettere, ma non quella sera. La voglia di festeggiare era troppo grande, il desiderio di esorcizzare il demone di una guerra, che poteva ancora essere lunga e dolorosa, troppo intenso.

Il podestà ordinò da bere per tutti e rimase alla locanda fino a tardi, a parlamentare con i suoi seguaci circa i destini dell’Italia nel mondo di domani. Verso la mezzanotte le loro voci si erano fatte stridule, erano stonate, avvinazzate, rallentate sino a perdere il fiato, e accompagnate dai gesti grotteschi caratteristici della gente ubriaca.

Alice era da tempo tornata alle stalle dove aveva preso dimora insieme a Faustino e la sua famiglia. Le quattro mura dove abitavano avevano l’aspetto di un porcile. Per entrarvi bisognava piegarsi, le finestre erano piccole e la poca luce che lasciavano filtrare durante il giorno era del tutto assente la notte. Al lume di due grosse candele, a fatica si potevano scorgere i pagliericci sui quali dormivano gli sventurati. Una puzza tremenda saturava l’ambiente malsano. Una capra ruminava in un angolo un po’ di paglia sudicia. Un tavolaccio unto, alcune sedie spagliate ed una panchetta di legno appoggiata al camino costituivano il restante mobilio, povero ed essenziale.

I figli di Faustino giacevano addormentanti sul pagliericcio. Erano tre: due maschi e una femminuccia. Il più grande non aveva ancora compiuto i dieci anni, la più piccola aveva circa venti mesi di vita. I piedi dei due bambini più grandicelli erano gonfi, pieni di cicatrici e sporchi di terra. Non possedevano scarpe e con la bella stagione riuscivano almeno a sottrarsi ai tormenti del freddo.

“Voglio tornare a Milano” disse Alice rivolgendosi a Faustino, “devo parlare con don Celestino, credo possa aiutarmi a trovare Fulgenzio.”

In cielo brillava uno specchio di luna, i grilli cantavano pieni di energia nella notte stellata. Faustino guardò Alice allibito e le labbra gli si piegarono in una smorfia.

“Se torni a Milano ti arresteranno, non posso permettere che tu corra questo rischio, ho promesso a Fulgenzio di proteggerti” disse con voce agitata, mentre prendeva un fazzoletto con la lentezza dei vecchi, per asciugarsi la fronte imperlata dal caldo.

“Devo andare” rispose Alice. I suoi occhi erano rossi e tormentati. “Non posso restare qui a nascondermi, non abbiamo più avuto alcuna notizia, e mi sembra di impazzire. Non mi importa di correre dei rischi. Devo riuscire a scoprire dove si trova.”

“Come pensi che don Celestino possa aiutarti? E’ solo un povero prete, cosa vuoi che ne sappia dei rifugiati politici in Francia?”

“Le vie del Signore sono infinite, sono certa che in qualche modo mi aiuterà.”

Faustino non replicò e anche lei rimase in silenzio. Certi silenzi possono essere piacevoli, a volte, ma quello sembrava di morte.

“Conviene aspettare che sia finita la guerra” disse Fulvia, la moglie di Faustino, rompendo la quiete.

“Non sembra che manchi molto ormai. Quando tutto sarà finito sarà più facile” aggiunse sorridendo.

Fulvia aveva un bel sorriso, le sue labbra erano rosse e piene, e rendevano piacevole un volto già indurito da una vita di stenti e miseria, nonostante non avesse ancora trent’anni. Indossava abiti umili, una camicetta un tempo bianca, ma ormai divenuta grigia e lisa, con le falde che cadevano su di una sbiadita gonna consunta dal tempo.

“Non posso più aspettare” commentò Alice, “non avrei dovuto lasciarlo partire da solo. Ma posso ancora rimediare, scoprire dove si trova e cercare di raggiungerlo.”

“Tutto questo non ha senso” protestò Faustino, “il nostro compito è di rimanere qui, in attesa della rivoluzione.”

“E cosa ci sarà di diverso da adesso con la rivoluzione?” chiese Alice dubbiosa.

“Ci sarà l’abolizione della proprietà privata della terra.”

“E chi dovrebbe farla la rivoluzione? Tu? Fulgenzio? Oppure gli altri vostri compagni che sono stati tutti arrestati o sono fuggiti all’estero o al massimo si nascondono come noi, come fossimo dei delinquenti?”

“La rivoluzione la faremo noi poveri” disse Faustino con voce grave. Indossava vestiti logori e trasandati che gli davano un aspetto melanconico, ma la sua passione era sincera, la sua speranza in una emancipazione delle classi popolari genuina.

“Per i poveri ci sono i sussidi e le mense statali, a cosa servirebbe abolire la proprietà privata della terra? I contadini continuerebbero a fare i contadini, come ora. Cosa cambierebbe?” domandò Alice, poco convinta dalle argomentazioni di Faustino.

“Con la rivoluzione e l’abolizione della proprietà privata sarà possibile salvare il popolo dall’ingordigia della proprietà. E’ li che si nasconde il demonio.”

“L’unica salvezza dal demonio è nella fede e nella chiesa. Come possiamo fidarci della rivoluzione, se con la proprietà vuole abolire anche la religione?”

“Con la rivoluzione e la redenzione del popolo, non ci sarà più necessità della religione. Lo Stato provvederà ad ogni bisogno” sentenziò Faustino.

“Lo Stato? Non è forse quanto già avviene oggi? Non è forse nel nome dello Stato che si va in guerra? Che si arrestano i dissidenti? Che si perseguitano gli oppositori?” esclamò Alice con tono accorato.

“Io credo che la Vostra rivoluzione non porterà a nulla di buono” continuò lei, perlustrando la faccia di Faustino con fare cortese, ma deciso.

”Modificheranno le parole, si professeranno idee diverse forse, ma alla fine non cambierà nulla. Si affermerà una nuova dittatura che si servirà di ogni mezzo, compreso il terrore, per distruggere ogni dissidenza e impedire la libertà di pensiero. Come avviene in Russia. Vogliono distruggere la chiesa e perseguitare le religioni perché hanno paura di chi vuol continuare a pensare con la propria testa.”

Faustino abbassò il capo, la sua faccia aveva assunto il colore del mogano lucidato, i suoi occhi piccoli si chiusero e le labbra si serrarono in una smorfia di disappunto. Uno smorto refolo di aria calda e umida penetrò nel tugurio attraverso la porta aperta, e il frinire dei grilli si fece assordante per alcuni secondi.

“Come puoi giudicare l’avvenire?” domandò infine riaprendo gli occhi e guardando Alice con rassegnazione, come se già sapesse che non avrebbe ottenuto una risposta soddisfacente.

“Io non giudico, mi limito a constatare. Il paradiso in terra che andate predicando, il Socialismo Sovietico, non è diverso dalle altre dittature. La Germania ha aggredito la Polonia, ma la Russia sovietica non ha fatto la stessa cosa? La Germania ha invaso la Norvegia, la Danimarca e l’Olanda, così come Stalin ha attaccato la Finlandia. Se i dissidenti politici sono perseguitati in Italia come in Germania, lo stesso avviene in Unione Sovietica. Tutto ciò per cui dite di combattere è marciò almeno quanto i regimi che vi proponete di rovesciare. Io comunque non vi giudico e non mi interessa cosa pensate o volete fare. A me interessa solo ritrovare Fulgenzio, sposarlo e mettere al modo dei figli, come ogni buon cristiano dovrebbe fare. Non ho altre pretese dalla vita, e voglio fare tutto quanto mi è possibile per realizzare le mie modeste ambizioni.”

Alice disse tutto d’un fiato. Più volte in passato aveva provato il desiderio di condividere quei pensieri con Fulgenzio, ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Lui le avrebbe liquidate come idee reazionarie e avrebbero finito con il litigare. Di cosa avrebbe detto o pensato Faustino invece non le importava quasi nulla, e così aveva trovato la forza di vuotare il sacco.

“Non puoi cercare di fermarla” si intromise Fulvia nella conversazione. Sino a quel momento era rimasta ad ascoltare senza dire nulla. A quel punto valutò opportuno dare il proprio sostegno e un po’ di solidarietà femminile ad Alice: “Deve seguire il suo destino, non abbiamo alcun diritto di impedirglielo.”

“Se la catturano anche noi saremo in pericolo, ci arresteranno tutti, dobbiamo considerare anche questo aspetto” osservò Faustino con malcelato fastidio.

Alice arrossì. Non aveva ponderato le conseguenze che il suo comportamento poteva avere sugli altri. Era determinata a ritrovare Fulgenzio, ma non voleva certo esporre Faustino e la sua famiglia ad ulteriori pericoli.

“Cerchiamo di essere ragionevoli” disse ancora Fulvia, “la polizia ha cose più urgenti di cui occuparsi. Milano è una grande città e nessuno si accorgerà dell’arrivo di Alice, né della sua partenza. Vuole solo parlare con don Celestino, per quale ragione al mondo dovrebbe essere arrestata? Per quanto ne sappiamo le autorità non hanno nemmeno una sua fotografia, non sappiamo nemmeno se è veramente ricercata.”

Faustino sembrava ancora titubante, ma non osò contraddire la moglie. Si limitò ad annuire, e poi rivolgendosi ad Alice concluse: “Sta bene, se però non sarai di ritorno entro due giorni, abbandoneremo questo villaggio e ci sposteremo altrove, anche se non so ancora dove. Ma su.. via.. ha ragione Fulvia, andrai solo a parlare con un prete, perché mai dovrebbero arrestarti?”

Alice si sentì un poco sollevata, ora che entrambi si erano convinti a lasciarla partire. Preparò le poche cose che avrebbe portato in viaggio l’indomani e si coricò sul lurido pagliericcio, tra la capretta e i bambini.

Faticava però a prendere sonno, si sentiva come se anche il suo cuore fosse avvolto dal buio, e il silenzio le trasmetteva una specie di dolore sordo che avrebbe certamente impedito l’accesso ai sogni. Così pensò a lungo alla guerra, all’amore e alla morte, e solo a notte fonda riuscì ad addormentarsi.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Pubblicato per gentile concessione di racconti-brevi.com

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Eventi musicali internazionali della Val Tidone 2013

EVENTI MUSICALI INTERNAZIONALI DELLA VAL TIDONE 2013

CONCORSI  INTERNAZIONALI  DI  MUSICA  DELLA  VAL  TIDONE – 06/16 giugno

VAL TIDONE FESTIVAL – 08 giugno/20 ottobre

VAL TIDONE SUMMER CAMP – 05 luglio/04 agosto

 

Pianello Val Tidone, 06-16 giugno 2013

CONCORSI INTERNAZIONALI DI MUSICA DELLA VAL TIDONE

I numeri sensazionali di una competizione tra le più famose e ambite d’Europa: sedici edizioni, 325 concorrenti in rappresentanza di 42 Paesi, 5 Continenti e delle più importanti scuole di musica del mondo, premi per quasi 30.000 euro più una decina di concerti, giurati prestigiosi da Aquiles Delle Vigne a Boris Bloch, vincitori in carriera e sotto contratto con le più importanti case discografiche del mondo, dalla Deutsche Grammophone alla Decca, movimento turistico con migliaia di posti letto occupati e pasti serviti.

La sedicesima edizione dei Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone (6-16 giugno) prenderà il via giovedì 6 giugno nel nuovo Teatro di Pianello Val Tidone.

Ormai riconosciuti come una delle competizioni musicali più prestigiose d’Europa, essi possono fregiarsi di numeri sempre da record, che ne hanno fatto un qualcosa di unico nel panorama musicale non solo della Regione Emilia Romagna ma di tutto il nord Italia. Quest’anno gli iscritti sono 325, in rappresentanza di ben 42 Paesi (Armenia, Australia, Austria, Belgio, Bielorussia, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Canada, Cina, Colombia, Croazia, Danimarca, Francia, Germania, Ghana, Giappone, Grecia, Hong Kong, Inghilterra, Israele, Italia, Kazakhstan, Lettonia, Lituania, Olanda, Polonia, Rep. Ceca, Rep. Corea, Romania, Russia, Scozia, Serbia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Taiwan, Turchia, Ucraina, Ungheria, U.S.A., Uzbekistan), 5 Continenti e delle più importanti Scuole di Musica del mondo (dal Conservatorio di Mosca al Mozarteum di Salisburgo, dalle Musikhochschulen tedesche al Conservatorio Superiore di Musica di Parigi, dalle Accademie di Santa Cecilia ed Imola alle grandi Università americane).

I Concorsi, diretti artisticamente da Livio Bollani e cellula germinale dell’intero progetto-musica della Val Tidone (partito nel 1998 per iniziativa del Comune di Pianello Val Tidone ed oggi promosso da quindici enti che hanno dato vita alla Fondazione Val Tidone Musica), come sempre si varranno del determinante sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano: doveroso il ringraziamento al Consiglio di Amministrazione dell’ente di via Santa Eufemia, con il Presidente uscente Giacomo Marazzi e il suo successore Francesco Scaravaggi su tutti.

Gli strabilianti risultati di questa manifestazione sono sicuramente da attribuirsi ad una concomitanza di fattori, non da ultimi l’entità dei premi (quest’anno ammontanti a quasi 30.000 euro più una decina di concerti) e, soprattutto, il prestigio delle giurie internazionali, composte da concertisti e didatti di fama mondiale.

Riguardo ai membri delle varie giurie dei concorsi di esecuzione, fra i nomi di maggior spicco, i pianisti e concertisti Aquiles Delle Vigne (Argentina – Presidente della giuria del Premio pianistico “Silvio Bengalli”, professore al Conservatorio Rotterdam e alla Sommerakademie del Mozarteum di Salisburgo), Boris Bloch (professore alla Essen Fokwang University, in Germania), Ratko Delorko (docente alla Muskhochschule di Francoforte), Pietro De Maria (docente alla Scuola di Musica di Fiesole), Ayami Ikeba (professore e capo del Dipartimento di Pianoforte alla Universitaet fuer Musik di Graz, in Austria), Michail Lifits (Premio Bengalli 2003 e Premio Busoni 2009), Siro Saracino (professore al Conservatorio di Brescia – Sezione di Darfo Boario Terme), Sabrina Dente (docente all’Istituto Superiore di Studi Musicali di Gallarate) e Mirella Greco (professore al Conservatorio di Alessandria); i fisarmonicisti e concertisti Jacques Mornet (Presidente della giuria del Premio “Carlo Civardi” per solisti di fisarmonica, didatta, presidente del C.N.I.M.A. e segretario generale della C.M.A.), Miljan Bieletic (professore all’Università di Nish, in Serbia), Giuseppe Scigliano (docente all’Istituto Superiore di Studi Musicali di Nocera Terinese),  Raimondas Sviackevicius (professore alla Lithuanian Academy of Music and Theatre di Vilnius e presidente della Lithuanian Accordionist Association) e Davide Vendramin (professore al Conservatorio di Mantova); dai compositori Oscar Van Dillen (Presidente della giuria del Concorso di Composizione “Egidio Carella” e professore al Conservatorio di Rotterdam), Sonia Bo (docente e direttore del Conservatorio di Milano), Andrea Portera (docente alla Scuola di Musica di Fiesole) e Andrea Talmelli (già direttore dell’Istituto Superiore di Studi Musicali di Reggio Emilia); e poi Frieder Berthold (concertista di violoncello e direttore artistico di numerosi festival), Teresa Cardace (soprano, professore all’Istituto Superiore di Studi Musicali di Nocera Terinese), Leonardo Colonna (già primo contrabbasso dei Solisti Veneti e professore al Conservatorio di Piacenza), Pierino Miretti (già primo clarinetto del Teatro Regio di Torino e docente all’Accademia di Biella),  Alfred Rutz (primo flauto dell’Orchestra della Svizzera Italiana e professore al Conservatorio di Lugano), Livio Bollani (compositore, violinista, fisarmonicista, docente all’Istituto Superiore di Studi Musicali di Nocera Terinese, direttore artistico della Fondazione Val Tidone Musica, degli Eventi Musicali Internazionali della Val Tidone e dell’Associazione Culturale Tetracordo), Elisabetta Garetti (concertista e violino di spalla dell’Orchestra del Teatro “Carlo Felice” di Genova, professore al Conservatorio di Genova), Mindaugas Backus (violoncellista e membro del BSM Trio), Vytautas Mikeliuna (violinista e membro del BSM Trio). Quindi, le soprano Maria Laura Groppi (professore al Conservatorio di Piacenza) e Janet Perry (professore alla Musikhochschule di Berna e alla Sommerakademie del Mozarteum di Salisburgo); le cantanti Ilaria Italia e Daniela Pilla; la cantautrice, didatta e musicoterapeuta Grazia di Michele; il cantautore Daniele Ronda; la compositore, arpista e critico musicale Eleonora Bagarotti; il direttore del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, Corrado Casati. Pianista accompagnatrice ufficiale dei Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone, Donatella Tacchinardi,

Nonostante i grandi numeri, i Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone sono storicamente una competizione molto selettiva, in cui vengono richiesti standard qualitativi particolarmente elevati per l’aggiudicazione dei premi: per questo motivo, nella maggior parte dei casi, l’affermazione in simili rassegne rappresenta un importante “salvacondotto” per la carriera.  Volendo restare al Premio pianistico, paradigmatici sono gli esempi di Alice Sara Ott, Premio “Bengalli” 2004 e sottoscrittrice di un contratto discografico con la famosa etichetta discografica Deutsche Grammophone, Lukas Geniusas (Premio “Bengalli” 2009, vincitore del “Gina Bachauer” a Salt Lake City e secondo classificato al Concorso Chopin di Varsavia 2010) e dell’uzbeko Mikhail Lifits, Premio “Bengalli” 2003, vincitore del Concorso “Busoni” di Bolzano nel 2009 e oggi sotto contratto con la Decca.

Un ultimo aspetto che merita di essere sottolineato è quello relativo alla valorizzazione turistica della vallata e al relativo indotto, stimabile ogni anno in centinaia di miglia di euro (l’anno scorso, grazie agli Eventi Musicali Internazionali della Val Tidone, sono stati occupati oltre tremila posti letto e serviti ottomila pasti). Non si dimentichi poi che i Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone, grazie anche al loro sito internet, visitato non solo da operatori del settore, ma anche da migliaia di semplici “navigatori”, rappresentano uno dei principali strumenti attraverso cui l’area occidentale della provincia di Piacenza è conosciuta nel mondo: digitando le parole chiave “music competitions” su google, il principale motore di ricerca del web, il sito internet http://www.valtidone-competitions.com apparirà in prima pagina su milioni di risultanze. Un numero che dà l’idea della portata del progetto-musica della Val Tidone.

I Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone sono sei e si terranno presso il Teatro e la Rocca Comunale di Pianello, con audizioni aperte al pubblico: Concorso “Comune di Pianello Val Tidone” per Giovani Talenti (sezioni: pianoforte, fisarmonica, archi, canto e musica da camera), Premio pianistico “Silvio Bengalli”, Premio “Carlo Civardi” per solisti di Fisarmonica, Premio “Contessa Tina Orsi Anguissola Scotti” per Gruppi da Camera, Concorso di Composizione “Egidio Carella”, Concorso di canto leggero “Germano Varesi”. Ad essi si aggiungono due premi speciali: il Premio del pubblico del Quotidiano “Libertà” (in programma all’Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano sabato 15 giugno alle ore 21.15. Al proposito, va ricordato il determinante contributo dato al progetto-musica della Val Tidone da Libertà e dalla sua editrice, Donatella Ronconi) e il Premio Speciale per la Musica Popolare “Tidone Folk”, nato nel 2006 dall’esigenza di istituzionalizzare le menzioni per la musica etnica che in passato venivano spesso accordate ai gruppi partecipanti al Premio “Contessa Tina Orsi Anguissola Scotti”.

Gala dei vincitori dei Concorsi Internazionali di Musica della Val Tidone, domenica 16 giugno alle ore 21.15 nella splendida cornice di Rocca d’Olgisio a Pianello Val Tidone.

 

 

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giugno 1, 2013 · 12:35 pm